Proposta
di
verifica
del piano educativo
2011-2012
UNA
SCUOLA
PER IL
XXI SECOLO,
che metta al centro lo studente
e i suoi bisogni,
democratica,
condivisa, trasparente.
verso
una scuola delle persone
e
delle competenze
STUDIO
DI FATTIBILITA’
Committente:
Gruppo di lavoro informale, volontario:
“Revisione del piano dell’offerta
formativa”
a cura di Nello Bruno
17
FEBBRAIO-17 MARZO 2012
“Gnothe se autòn”
“They fly
because they think they can”.
“Where is the
wisdom
we have lost in
knowledge?
Where is the
knowledge
we have lost in
information?”[1]
(T.S. Eliot,
« The Rock » 1934)
“Il
linguaggio è semplicemente
uno
strumento per indicare la verità
un
mezzo
per
aiutarci
a
raggiungere l’illuminazione.
Scambiare
le parole con la verità
è
ridicolo
quasi
quanto confondere
un
dito con la luna.”
Tsai
Chih Chung “Dice lo zen” Feltrinelli, 2006
Lo scopo
dell’educazione
è di
trasmettere la conoscenza,
e tuttavia
l’educazione è cieca
davanti
alle essenze della conoscenza umana,
i suoi sistemi, le infermità, le difficoltà,
e la sua
propensione
all’errore e
all’illusione.
L’educazione
non si preoccupa
di insegnare
che cosa è la
conoscenza.”
(Edgar Morin, Seven
Complex lessons in the education for the future – Unesco Publishing, 1999)
INDICE
studio
di fattibilità
“Verifica del Piano Educativo teso a favorire lo sviluppo di una scuola
per le competenze della persona e il successo nell’obbligo
formativo”.
prerequisiti
·
percezione della
realtà
·
visione progettuale
condivisa
·
collegialità e
condivisione scelte
·
valorizzazione
risorse umane
obiettivi:
Miglioramento dell’azione Educativa, innovazione didattica
ed Elevazione degli Standard
di Insegnamento/Apprendimento”
·
apprendimento
significativo
·
per una didattica laboratoriale
·
comunità di
apprendimento
STRUMENTI
- l’auto-valutazione
d’istituto (AVI)
· la
progettazione di un processo di monitoraggio e valutazione delle
attività dei processi: M&V
· utilizzo di indicatori di performance relativi ai
processi: ipp
·
transdisciplinarietà
·
team work
METODOLOGIE
· la metodologia dell’ A.P. (analisi per processi)
·
didattica
laboratoriale
·
didattica per
progetti
· TED
Ambito
d’interesse:
Revisione
del Piano dell’offerta formativa 2011-2012
committente:
Gruppo
di lavoro informale volontario POF
Marzo
2012
Never send to know
for whom the bell tolls;
it tolls for thee.
it tolls for thee.
(John Donne, Devotions,
XVII))
DOCUMENTO SULLA REVISIONE DEL POF
Introduzione
Azioni di miglioramento del piano formativo: ricominciare sempre da capo senza imparare nulla o cominciare a fare sistema?
Input e genesi del documento.
Il
documento nasce dalla precisa necessità di aggiornare e adeguare il POF (input
dirigenza) e da una specifica richiesta del gruppo sulla revisione dell’offerta
formativa.
Viste
le difficoltà del presente anno scolastico si è subito compreso che procedere
ad una semplice revisione del piano solo sulla carta – senza una valutazione
dei processi in essere - sarebbe stata operazione priva di senso, non solo
inutile e burocratica, ma anche dannosa, perchè avrebbe contribuito a
nascondere sotto il tappeto di un nuovo piano le problematiche che la scuola si
trascina da tempo, sempre senza riuscire a fermare le emergenze per una
adeguata opportunità di trattazione e valutazione.
L’idea è stata dunque quella di andare oltre
e di ripensare a tutte quelle problematiche e criticità che non trovano
un’adeguata trattazione ed un adeguato spazio di discussione nel collegio o nei
luoghi deputati (consigli di classe, dipartimenti, consiglio d’istituto, ma anche
RSU).
Questo documento – che potrà anche, a prima
vista, apparire incompleto, inadeguato, o al contrario sovradimensionato
rispetto al mandato e forse eccessivamente ambizioso - nasce inoltre dalla
constatazione, da parte di molti docenti, che all’inizio di ogni anno ci si
ritrova invariabilmente a ricominciare ogni cosa da capo, come se non avessimo
nulla da dire sull’anno appena trascorso, senza alcuna ordinata discussione di
valutazione del lavoro svolto, senza riuscire a fare tesoro delle esperienze
positive, ma al contrario, facendo sempre una enorme fatica a mettere a fuoco
il sistema, i suoi annosi problemi (citeremo solo: modalità del recupero,
modalità della valutazione, standard di apprendimento, programmazione di
dipartimento vincolante, collegialità (o meno) delle decisioni, etc,; quasi che
ogni anno si dovesse ricominciare tutto da capo senza avere nulla appreso, e
senza avere nulla da dire su quello che è stato (sindrome della riscoperta
della ruota, come è stata definita ).
E, d’altro canto, non ci sembra realistico
che l’unico problema di questa scuola sia inventarsi delle forme di ampliamento
dell’offerta senza pensare prima o nel contempo a forme di miglioramento
degli standard dell’offerta presente;
Questo fatto è evidente quando tra molti
docenti appare sempre più pressante:
·
la necessità di riflettere adeguatamente su una visione
progettuale condivisa
·
la necessità di una maggiore condivisione delle
decisioni, degli obiettivi, dei metodi di lavoro, degli standard di
apprendimento;
·
la necessità di superare la scuola delle contenuti per
costruire invece una reale scuola per le persone e per le competenze
·
la necessità di avviare una riflessione sulla urgenza
di un nuovo approccio condiviso alla didattica e alla valutazione
·
la necessità di trovare delle forme di miglioramento
qualitativo più che di ampliamento quantitativo dell’offerta
formativa
·
la necessità di valorizzare adeguatamente il lavoro
svolto e di sfruttare meglio le competenze delle risorse umane
Quali possono essere dunque gli scopi di questo documento?
Essenzialmente gli scopi di questo documento
possono essere riassunti come segue.
favorire
la discussione intorno a tematiche considerate “scabrose” ( metodologie e
tecniche di gestione della classe, tecniche di didattica laboratoriale e didi
gruppo, apprendimento significativo, lavoro di gruppo, comunità di
apprendimento, negoziazione dei significati, metacognizione, il significato della relazione, modifica del
ruolo docente e del ruolo dell’ apprendente...) che vengono di solito ignorate
dal collegio ma che vengono invece discusse molto, moltissimo in sedi
informali (o nei corridoi), anziché nelle sedi appropriate (collegio,
consigli di classe, dipartimenti, commissioni),
contribuire
quindi a superare, quelle paure ritrosie,
timidezze che impediscono di affrontare temi considerati delicati o scottanti,
quali la qualità della didattica, la qualità della relazione, la costruzione
del metodo di studio,la gestione della classe, un adeguato sostegno al successo
scolastico specie per i più deboli;
cercare
di comprendere come si possa gestire un sistema complesso attraverso un metodo,
l’analisi per processi
suggerire
come le diverse direzioni nelle quali si muove l’organizzazione scolastica
possano essere gestite con maggiore efficacia e trasparenza con un metodo
condiviso
f
ornire elementi di riflessione alle diverse componenti della scuola
suggerire
delle soluzioni concrete al collegio e alla direzione
iniziare
una discussione anziché continuare a lamentare la mancanza di rinnovamento e di
adeguate soluzioni
riflettere
sul fatto che si possa costruire una cultura della comunicazione che si basi
anche su riflessioni pubbliche non estemporanee
superare l’improvvisazione, l’estemporaneità, di
certe proposte che invece troverebbero un più fertile terreno, se adeguatamente
condivise, confrontate con altre e selezionate all’interno di un paniere più
vasto di soluzioni
dare
a tutti la possibilità di riflettere con calma e ordine su alcune problematiche
e magari stimolare un dibattito autentico
Come si articola il documento?
il documento si compone di alcune parti
tutte collegate ma allo stesso tempo indipendenti
i.
una introduzione all’uso del documento
ii.
alcune considerazioni sulla necessità di prendere sul
serio il fattore umano (leggi forte valorizzazione delle risorse) come risorsa
sistemica
iii.
una introduzione all’analisi per processi per una visione del sistema scolastico più
organizzata e meno frammentaria
iv.
una breve(e lacunosa) sintesi sulla necessità di una
profonda revisione metodologica dell’apprendimento scolastico (apprendimento
significativo, per la costruzione delle competenze)
v.
un progetto articolato di auto-valutazione con le
necessarie implicazioni organizzative e metodologiche
vi.
alcuni esempi di monitoraggio e verifica degli
obiettivi attraverso gli indicatori di performance
A parte viene fornita una presentazione
powerpoint sulla metodologia della analisi per processi.
QUALI SONO LE DIREZIONI DI LAVORO SUGGERITE?
In
conclusione appare pertanto necessario
e irrinunciabile parlare di un vero e proprio PIANO DI APPRENDIMENTO
COMUNITARIO (PAC),
basato su 5 pilastri :
·
NECESSITà DI UNA VISIONE DI SISTEMA (discussa,
condivisa, non estemporanea)
·
NECESSITà DI UNA INNOVAZIONE DELL’APPRENDIMENTO
SCOLASTICO (DIDATTICA BASATA SUI PROGETTI E SULL’APPRENDIMENTO SIGNIFICATIVO)
·
NECESSITA’ DI UNA MAGGIORE COINVOLGIMENTO E
VALORIZZAZIONE DELLE COMPETENZE (valorizzazione risorse umane, comunicazione e
condivisione, collegialità autentica)
·
NECESSITà DI UN METODO DI GESTIONE CONDIVISO (ANALISI
PER PROCESSI) ,
·
NECESSITà DELL’AVI (AUTO-VALUTAZIONE D’ISTITUTO)
- necessità di un nucleo di ricerca scientifica che proceda su due binari paralleli:
·
la innovazione e supporto alla sperimentazione
didattica
·
innovazione organizzativa
Esiste
la volontà di operare con serietà, determinazione e – non ultimo - impegno di
tempo e adeguate risorse, per una scuola in grado di reggere le sfide e la
competizione, una scuola realmente di qualità?
Una revisione
del Piano che contempli anche e finalmente la necessità di una reale
innovazione didattica
Per una
scuola dell’apprendimento significativo, basata sulla centralità del discente,
sul rapporto con la realtà, sulla didattica laboratoriale, sull’apprendimento
di competenze.
Elevare gli standard. Presupposti teorici
e scientifici per una scuola che sia davvero comunità di ricerca,
sperimentazione e apprendimento
Una scuola che voglia essere all’altezza delle
sfide dei tempi e sono ormai sfide importantissime anche per noi, tanto più che
l’isolamento geografico e culturale, ai tempi della rete e di internet, appare
sempre più come una pietosa bugia, un alibi obsoleto, deve porsi degli standard
elevati e trovare dei punti di riferimento per una seria auto-analisi dei
propri limiti e del come essere in grado di superarli, per essere nel contempo
in grado di offrire ai giovani una educazione ed una formazione adeguate ai
nuovi bisogni e una speranza di progetto per la vita.
I dati Ocse- Pisa , (Organizzazione per lo
Sviluppo e la Cooperazione Economica – Programme for International Student
Assessment)
I dati Ocse sui livelli dell’istruzione nei paesi
denunciano una situazione di arretratezza del sistema scolastico italiano non
solo per quanto riguarda la matematica e le scienze ma anche – e forse non
stupisce più di tanto – nella comprensione della lingua italiana, nella
lettura, nella corretta analisi dei problemi da un punto di vista prima di
tutto comunicativo. Questo fatto è forse ancora il più grave, perché
preliminare a qualsiasi altro discorso, perché riguarda la comunicazione, specie nella comprensione dei
testi scritti di diversa natura. C’è molto da fare e riguarda tutti , nessuna
disciplina si può sentire fuori da questi fallimenti. E non possiamo affatto
sentirci un’isola felice se è vero com’ è vero che moltissimi dei nostri
studenti non sono in grado di passare i test per medicina e sono invece
superati da studenti provenienti da altre zone d’Italia.
Come sappiamo gran parte dei test di medicina
richiedono una comprensione fine dei testi oltre che alcune specifiche
conoscenze nelle materie scientifiche.
I dati devono far riflettere, studiare soluzioni
concrete nella didattica quotidiana, e forse indurci a sviluppare un maggiore
senso della realtà superando quell’eccesso di autoreferenzialità con la quale
spesso affrontiamo il nostro difficile lavoro.
Una scuola che non fornisce adeguamenti strumenti
per il successo ovvero che non è in grado di fornire a tutti strumenti adeguati
per la comprensione della realtà, che non si interroga e non fa autocritica sui
suoi fallimenti, che allontana, che demotiva, che respinge anziché attrarre, è
sempre una scuola che fallisce al suo compito.
Documento dei “ saggi”.
Già alla fine degli anni ‘90 - all’epoca della
riforma Berlinguer - la cosiddetta commissione dei saggi aveva individuato
nella formazione della persona-cittadino-agente sociale quattro direzioni
fondamentali che devono sempre essere tenute presenti da ogni educatore: i
cosiddetti quattro saperi, ( o quattro competenze di base) saper essere,
saper fare, sapere/i, saper apprendere, che i francesi declinano come savoir
etre, savoir, savoir faire, savoir apprendre, e il mondo anglosassone come
competenze dell’individuo: existential competence, knowledge, know how,
learning to learn. Comunque vengano declinate esse sono incentrate sul
valore della persona-individuo nella sua integrità e complessità affettiva,
emozionale, cognitiva e operativa, dotato di intelligenza, emozioni,
attitudini, bakround culturale e sociale, conoscenze formali e informali.
Ripensare la scuola come una comunità incentrata
sull’apprendente e su un apprendimento significativo, non meccanico, non
papagallesco, non sui contenuti quindi (il famoso e, ahinoi, mai
defunto“nozionismo”)– facilmente obsoleti in una società in rapidissimo
mutamento, ma che sappia selezionare contenuti davvero significativi
culturalmente e umanisticamente per costruire abilità e competenze della
persona, una scuola che sa interrogarsi ed apprendere da quello che fa, dai
suoi meriti e dai suoi errori, dai suoi punti di forza come dai suoi punti
deboli, riflettere sul modello educativo che riproponiamo o imposto dall’alto o
sempre simile a se stesso, significa ripartire esattamente da questi
fondamentali imprescindibili, che costituiscono poi il cuore dell’educazione umanistica: vale a dire mettere davvero al centro di tutto il
sistema educativo, non a parole, ma nel quotidiano e faticoso fare-progettare
l’educazione, la persona,la sua individualità, la sua unicità, i suoi talenti
nascosti che la scuola dovrebbe poter individuare, incoraggiare, valorizzare.
Ciò significa come conseguenza diretta ripensare i
metodi, i modi, le attività, i luoghi e le strutture in cui dovrebbe avere
luogo un apprendimento significativo per la valorizzazione dell’individuo, per
la vita, per il lavoro.
Una scuola non autoritaria, ma partecipata, che
includa e che non esclude nessuno, che fornisca strumenti, idee, metodi,
modelli positivi, che sia autentica nelle relazioni, nei fini, nelle pratiche
quotidiane.
Le 8 competenze per il futuro e il life long learning individuate dalla Unione
Europea dopo Lisbona 2000.
Nel 2006 l’Unione Europea, con un documento
programmatico che fornisce le linee guida in materia di educazione e
scolarizzazione a tutti gli stati membri, individua otto competenze chiave – le
cosiddette key competences[2]
fondamentali per reggere la concorrenza internazionale nel campo della
formazione del cittadino e delle persone:
·
competenza lingua
madre
·
competenza lingua
straniera
·
competenza matematica
e scientifica
·
competenze
tecnologiche
·
competenze di
cittadinanza attiva
·
competenze di
(responsabilità ed) iniziativa
·
competenze culturali
ed espressive
·
competenze learning
to learn (imparare ad apprendere)
Parrebbe, almeno a prima vista, che le prime
quattro competenze siano più marcatamente disciplinari e le ultime quattro più
trasversali, cross-curricolari; ma questa è solo una impressione superficiale.
A ben vedere le prime quattro sono assolutamente trasversali e tutte le
discipline, tranne forse quelle matematico-scientifiche– se si vuole, ma non ha
più molto senso nel mondo moderno, non sapere di biologia, chimica o non saper
usare excel – mentre le ultime quattro sono certo più vigorosamente rivolte
alla persona e ad una sua consapevole e critica , creativa partecipazione alla
vita sociale, culturale e politica.
Il quadro di riferimento italiano per la nuova
scuola dell’obbligo (K 10).
Tali competenze sono recepite dal sistema
scolastico italiano con inusuale celerità – segno forse, finalmente, di una
maggiore attenzione dell’Italia nei confronti delle linee guida europee in
materia di istruzione, con il documento del MIUR sull’elevamento dell’obbligo
dell’istruzione del 2007.
Le competenze italiane appaiono leggermente
modificate rispetto a quelle europee perchè quelle europee sono rivolte ai
cittadini lungo tutto l’arco della vita – life long learning – mentre quelle
italiane appaiono tarate specificamente per la scuola dell’obbligo. Esse
appaiono in parte l’estensione sino al primo biennio superiore di quanto si fa
già egregiamente nella scuola elementare e un poco meno e forse con meno
strumenti organizzativi e psicologici – dispiace dirlo – nella scuola media.
Per la scuola superiore si tratta chiaramente di
una rivoluzione culturale che ha colto i docenti del biennio assolutamente
impreparati, anche per oggettiva responsabilità formativa del ministero che ha
delegato alle singole scuole compiti spesso al di là della loro potenzialità e
fuori da un quadro normativo di riferimento sui curricula, quadro nazionale
decisamente vago e eccessivamente generico che rischia di frammentare in mille
rivoli l’educazione superiore senza un minimo di coerenza nazionale.
Queste le competenze di cittadinanza del sistema
dell’obbligo italiano:
·
imparare ad imparare
·
progettare
·
comunicare
·
collaborare e
partecipare
·
agire in modo
autonomo e responsabile
·
risolvere problemi
·
individuare
collegamenti e relazioni
·
acquisire ed
interpretare l’informazione
CEF, Modern languages : learning, teaching,
assessment: A Common European Framework of reference ( QCE, Lingue
moderne: apprendimento, insegnamento, valutazione: un Quadro comune di
riferimento europeo ). Consiglio d’Europa, Strasburgo, 1998.
Anche il Consiglio d’Europa con un documento ormai
famoso, Quadro di riferimento comune europeo per
l’apprendimento-insegnamento delle lingue, moderne, Consiglio d’Europa
1998, (Common European Framework of reference for the teaching learning of
modern languages) nel definire i binari
internazionali lungo i quali dovrebbe scorrere una moderna didattica delle
lingue moderne (straniere, ma non solo) mette al centro la persona, i suoi
bisogni, le competenze, abilità e conoscenze da costruire, con una impalcatura
gerarchica dove le conoscenze sono funzionali all’acquisizione di abilità e
queste all’acquisizione di competenze e tutte insieme a formare una persona
quale agente comunicativo consapevole e competente, criticamente autonoma che
sa comunicare in ambiti sempre più ampi e che ha imparato ad apprendere in un
prospettiva di life long learning.
Questo quadro di riferimento è erroneamente
ritenuto come riservato esclusivamente all’insegnamento apprendimento delle
lingue straniere ma non è affatto così: il quadro di riferimento, sviluppato
dai maggiori esperti europei di linguistica applicata all’insegnamento
apprendimento e con solide basi cognitive e filosofiche è rivolto a tutti gli
insegnati di lingue, comprese le lingue madri o minoritarie, quindi anche
l’italiano e le lingue locali.
il
racconto della scuola
non
coincide affatto
con il
racconto del circuito seduttivo
della
società dei media,
il
racconto della scuola
parla
di riflessione, umiltà, successi ed insuccessi,
uno
stare insieme a volte allegro a volte malinconico,
ma
spesso troppo triste,
che
poco o nulla ha a che fare
nè con
la gioia del conoscere
nè con
le illusioni
della
mitologia del mondo;
eppure,
paradossalmente, la scuola ha proprio il compito
di dare
gli strumenti per comprendere
e
rappresentare quel mondo
spogliandone
il corpo, le asperità e le cecità, senza
per
questo compiere una lezione di anatomia patologica,
anzi, al contrario coinvolgendo i giovani
da un lato nella caccia all’errore
e
dall’altro nella gioiosa scoperta di un mondo
che
dovranno ricostruire con le loro mani
come un
puzzle infinito
ereditato
incompiuto e imperfetto
da
padri poco saggi
e che
proprio loro hanno il compito
di
ricostruire migliore di come lo hanno trovato .
Le cecità della conoscenza[3].
Per una scuola basata sull’apprendimento
autentico.
Per un apprendimento significativo: conoscere a
scuola, il significato di conoscenze, abilità e competenze nei contributi della
psicologia cognitiva, degli studi sulla metacognizione e dell’epistemologia
costruttivista.
Impressionante appare ormai la mole di studi e
documenti, specie a livello internazionale, ma anche europeo e italiano,- ci
riferiamo in particolar modo alla psicologia cognitiva e dell’educazione-, che
spingono verso la improrogabile urgenza di un rinnovamento dell’educazione
scolastica, verso un apprendimento autentico e significativo dei contenuti, un
approccio alla didattica focalizzato sullo studente e sui suoi bisogni reali,
sul necessario contatto con la realtà del mondo, per un deciso miglioramento
degli standard educativi.
Certo, tutto questo fa a pugni con lo storico
disinteresse della politica nei confronti dell’educazione pubblica, o con le
pasticciate riforme degli ultimi quindici anni che hanno mescolato visioni
antitetiche senza una chiara strategia nazionale - sia per quanto riguarda il
riconoscimento della delicata funzione docente e della necessità di adeguati
riconoscimenti economici e professionali nonché di una continua formazione in
servizio, - sia dal lato dello studente e delle famiglie che si vedono
disconoscere il diritto all’istruzione, alla cultura, alla realizzazione della
persona in un contesto di sicurezza, trasparenza, e qualità, sia per quanto
concerne la preparazione globale e l’acquisizione di adeguate conoscenze,
abilità e competenze per l’accesso al lavoro.
Questo non è il luogo nè ci sarebbe lo spazio per
fare un’analisi dettagliata delle teorie dell’apprendimento che si sono
succedute nel secondo dopoguerra e in particolare negli ultimi cinquant’anni,
ma da qualche parte bisognerà pur cominciare una riflessione aperta e senza preconcetti,
non solo tra i docenti ma tra tutte le componenti della scuola, compresi gli
studenti e le loro famiglie, che sono i legittimi destinatari e fruitori del
progetto educativo, come anche coinvolgendo il territorio al quale la scuola
rivolge la sua azione formativa.
Tra i punti di riferimento metodologici basterà a
questo punto citare per tutti, da un
lato, gli studi e le scoperte della psicologia dell'apprendimento e del
cognitivismo classico – Piaget, Vygostki e Bruner tra tutti - e dall’altra, su un
fronte più filosofico epistemologico, i risultati raggiunti dalle riflessioni
del neo-cognitivismo o costruttivismo sul versante dell’ epistemologia
cognitiva - da Bateson a Godwin e Novak sino a Von Glasersfeld.
E’ nata sul finire del secolo una vera e propria
teoria della conoscenza che si interroga sulla natura di ciò che chiamiamo conoscere
e che ha visto confluire molte diverse discipline quali la psicologia, la
cibernetica, la psicologia dell’apprendimento, la teoria della comunicazione e
la teoria dell’informazione, la semiotica e la semantica, in un grande sforzo
interdisciplinare allo scopo di chiarire sia i processi mentali e logici che
permettono la conoscenza, sia gli aspetti relazionali, motivazionali e
affettivi che tanta parte giocano nell’approccio dell’individuo alla conoscenza
del mondo e alla selezione delle informazioni.
Non bisogna dimenticare che anche la filosofia si
è molto dedicata al modo in cui conosciamo e ci rappresentiamo il mondo, a
partire dalle teorie e credenze ingenue che ognuno giocoforza si costruisce sul
mondo sulla base della propria limitata esperienza, sino a toccare i limiti
stessi del sapere scientifico (cfr tutta la psicologia della Gestalt, ma anche
Popper, Morin). Approccio filosofico che si ricollega agli studi
dell’epistemologia costruttivista che opera criticamente nei confronti del
rapporto tra la realtà e la sua rappresentazione mentale e concettuale
(Korzybski, E. von Glaserfeld)[4],
sino al concetto di “invenzione della realtà” da parte di Watzlawick[5],
le lezioni sui “messaggi paradossali” nella comunicazione umana e la teoria
dell’eziologia schizofrenica di Bateson[6]
.
Sono tutti aspetti fondamentali di una critica del
concetto di “realtà” e della sua “rappresentazione mentale” che dovrebbero
essere preliminari a qualsiasi teoria dell’educazione – quale fa ad es. J.
Novak in “L’ apprendimento significativo”- e che molto dovrebbero interessare una scuola sensibile alla
qualità della relazione umana alla sua autenticità e significatività per
l’adolescente, che ha sete di modelli, di verità non dogmatiche, di giustizia,
di etica, di valori ai quali fare riferimento.
Notevole e significativa è sempre in questi studi
l’ analisi e spesso la sovrapposizione tra processi cognitivi nella scuola
e i processi comunicativi (si veda ad es. il peso dei processi di lettura
e scrittura in particolare, ma anche le tematiche comunicative relative al problem
solving) quale parte integrante della modalità cognitiva dell’
apprendimento scolastico senza trascurare tutto il versante della psicologia
dell’apprendimento, gli aspetti motivazionali, relazionali, contestuali.
Questi ed altri studi le scoperte del cognitivismo
e dello strutturalismo cognitivo sulla metacognizione, trovano ampia
documentazione in sillogi di studiosi stranieri ed italiani quali quelle di
Pontecorvo[7]
, su un versante più pratico Plesso, e tra tutti la sintesi illuminante di
Piero Boscolo[8].
Non si può non dedicare un seppure rapdio cenno a
Gregory Bateson e alla sua “ecologica della mente” che costringerebbe molti di
noi a rivedere con sano spirito critico le certezze della propria relazione e
delle proprie consolidate e non inossidabili abitudini, (si pensi solo alle
problematiche psicologiche relative al class management, ai veri e
perversi effetti alone, o alla regola d’oro “nè vincitori nè vinti”
di un approccio umanistico – palesemente ignorata dalle prassi di molti di noi)
per finire con le ampie tematiche relative alla gestione dei sistemi complessi,
specie umani e antropologici, quali sistemi articolati seconda una logica
gerarchica ed allo stesso tempo fortemente interdipendente, le cui conseguenze
possono essere di lunghissima durata e affatto difficili da individuare nella
loro eziologia, e che è possibile ritrovare in autori e opere tra loro lontanissime
quali appunto quelle di Bateson, Morin, Steiner, persino in opere sulla
cittadinanza critica ed attiva di Calamandrei, Zagrebelski o Hassel,
Carofiglio,.
Molta strada è stata compiuta per quanto riguarda
una definizione dei processi cognitivi legati all’apprendimento, non solo a
partire dai famosi studi comportamentisti di Pavlov e Watson sull’apprendimento
animale e umano, sfociati nel behaviorismo americano classico – Skinner, in
particolare - alle tassonomie di Bloom, sino alla concezione di un
apprendimento significativo di Ausubel che presuppone una radicale modifica
della concezione del conoscere da parte del sistema e da parte dello studente,
(apprendimento come ri-strutturazione continua delle reti concettuali – vere e
proprie “mappe” rappresentative della realtà - nonchè delle proprie credenze,
abilità. competenze,) apprendimento autentico o significativo - che vuol dire adeguare o modificare la
propria struttura cognitiva ogni qualvolta vi sia la necessità o l’istanza di
un nuovo apprendimento;
Ma si potrebbero citare anche Feuerstein[9]
e la teoria dell’ “arricchimento strumentale”, De Bono e suoi “6 capelli per
pensare”, Steiner e la sua educazione dei e per i talenti, o filosofi
contemporanei quali Habermas e la necessità di un etica della comunicazione, o
gli assiomi della comunicazione di Watzlawick ( “la qualità della relazione
determina la percezione e la qualità del contenuto comunicativo, ovvero del
messaggio”).
Oppure gli studi di Godwin, Novak, sull’utilizzo
delle mappe concettuali nell’apprendimento scolastico, Ciampolini e la sua
didattica breve, l’Unione Europea e le 8 competenze di cittadinanza, Comoglio e
le sue sfide per il XXI secolo, per finire con il filosofo che più ha rivolto
in alto il suo sguardo, Edgar Morin e la sua fondamentale opera di liberazione
dell’educazione e della mente: “Sept
Savoirs pour l’education du futur”[10].
Ma ognuno di noi potrebbe certamente aggiungere a
questa rapida ed improvvisata lista di riferimenti concettuali e culturali una
sua personale libreria di testi, di letture e di esperienze di aggiornamento
altrettanto interessanti, feconde e pregnanti che meriterebbero una diuturna,
sana abitudine alla riflessione sul fare, all’ auto-critica, alla condivisione
professionale, alla disseminazione di buone idee e di buone pratiche, con la
necessaria umiltà e un sano scettiscismo sia nei confronti delle panacee
preconfezionate come pure degli atteggiamenti di rifiuto aprioristico di
affrontare le proprie cecità e i vicoli ciechi nei quali amiamo stolidamente e
pervicacemente cacciarci, come singoli e come istituzioni, perchè anche le
istituzioni, come ci ricorda Bateson, sono il risultato delle cecità degli
uomini e sono anch’esse pertanto “cieche”.
E come non chiudere questo insufficiente e rapido
excursus sulle urgenze metodologiche della scuola con le continue sfide che
ancora aspettano di essere raccolte? dalla fragile e velleitaria presunta
“autonomia scolastica” (vuota di risorse e quindi di realtà), alla molto
teorica e poco pratica possibilità di ampliare l’offerta formativa - se questa,
come sembra, non dipende solo da una scarsa lungimiranza dei docenti ad aprire
una discussione onesta e priva di pregiudizi sulle reali richieste dei giovani
studenti, delle loro famiglie ma anche e soprattutto dai ritardi della
politica, dalla mancanza di curricula nazionali e di regole scolastiche sicure
sia a livello nazionale che locale; all’esame di stato che ha quasi 15 anni, e
continua con una terza prova interdisciplinare eseguita invece su vecchi canoni
nozionistici; alla riforma dell’obbligo che giunge sino alla seconda classe
superiore (dieci anni) che obbligherebbe a ripensare ad alta voce e con
trasparenza modi e strumenti dell’insegnamento-apprendimento; agli assi delle
competenze, e la conseguente necessità di una valutazione significativa logico
corollario di un apprendimento significativo e di una didattica finalmente
laboratoriale (rubric di valutazione).
In conclusione:
- riflettere sul sistema scolastico, in tempi di
feroce crisi del sistema pubblico del sistema educativo, in tempi di forte
frustrazione professionale ed economica del personale, significa forse andare
in cerca di guai, ma forse vale la pena provare a mettere in discussione le
proprie certezze e le collaudate routine nel nome di un rinnovamento educativo
che non solo incontra forti e inaspettate resistenze, ben mimetizzate
nell’individualismo delle pratiche scolastiche italiane, ma che stenta persino
a radicare pratiche scientifiche ed educative che sono ormai assodate in molte
realtà italiane, europee e mondiali.
Allo stesso tempo è sempre più sentita da parte di
molti colleghi la necessità di superare le meccaniche routine basate sulla
centralità dell’insegnante a sfavore dell’allievo, sulla centralità
dell’insegnamento a sfavore dell’apprendimento, sulla centralità della lezione
frontale a sfavore di una didattica laboratoriale di scoperta, cooperazione,
riflessione sulla realtà, su una didattica parcellizzata nelle discipline a
sfavore di una didattica veramente trasversale e multi-disciplinare basata sui
progetti e sulle tematiche della realtà, di una didattica basata sulla vita
reale e non solo sulla teoria, a sfavore della necessità di superare
l’individualismo e l’isolamento, la mancanza di condivisione.
Tutti questi elementi dovrebbero invogliare ognuno
a fare uno sforzo nel senso del rinnovamento, della disponibilità, della
ricerca di vie peraltro già largamente approvate e sperimentate nella prassi
oltre che nella teoria degli studiosi.
Detto questo rimane comunque il fatto che non
tutte queste incapacità e questi ritardi sono attribuibili alla responsabilità
dei singoli docenti, al contrario riteniamo nostro dovere e ci sentiamo di
affermare con forza che:
“una revisione del piano dell’offerta educativa nelle
attuali condizioni di lavoro, nella mancanza di una condivisione seria e
autentica, priva di riserve mentali, delle finalità, degli obiettivi, degli
strumenti e delle metodologie per un apprendimento e una valutazione autentiche , sarebbe impresa non
solo impresa utopica, irrealistica, una sorta di mission impossible,
fortemente connotata di burocrazia che nulla aggiungerebbe, come valore, alla
qualità della educazione in questa scuola , ma, al contrario, disperderebbe invece energie preziose,
dedicabili con maggiore profitto e coinvolgimento, ad una reale comprensione e
condivisione del metodo laboratoriale[11],
della gestione corretta della comunicazione e relazione tra persone, ad una
didattica finalmente trasversale, alla centralità dell’ allievo-persona, alla
cura del suo successo e del suo significativo apprendimento, ad una scuola
finalmente attenta alle persone, basata sulle persone, sulla relazione e sulla
valorizzazione dei talenti individuali, siano essi gli allievi, le loro
famiglie, i docenti stessi. e tutto lo staff che giorno per giorno
dovrebbero contribuire con una maggiore e più diffusa consapevolezza dei propri
compiti alla qualità, al benessere e al successo delle persone che alla scuola
guardano con forti aspettative e che nella scuola e nella missione educativa
credono ancora”
Che non
sia qundi un vuoto rituale, un lip service.
La
verifica del piano formativo o educativo (PE/PF) non può essere
concepita come una mera rivisitazione rituale del documento cartaceo, che è
appunto solo un documento di sintesi, ma una reale, voluta, condivisa
operazione di monitoraggio, verifica, con individuazione delle problematiche, e
miglioramento continuo delle attività connesse all’attuazione del progetto
formativo della scuola, dall’analisi dei bisogni sino alla raccolta dei dati,
all’analisi dei risultati e alla formulazione di standard in miglioramento
continuo.
La cura del linguaggio. Quando la scelta delle parole è infelice.
Infine, un ultima considerazione, ma è solo un
esempio del pessimo uso del linguaggio e della sciatteria generale della
comunicazione dalla quale anche la scuola si trova investita e complice attiva,
se la scelta delle giuste parole ha un senso ,suggerirei di tralasciare una
volta per tutte il brutto acronimo POF e la ancor più mediocre etichetta “offerta”
1 il primo perchè ha sonorità di dubbia
associazione,
2 il secondo perchè ha implicazioni
mercantili che poco hanno a che fare
con l’educazione alla cittadinanza consapevole
3 perchè da l’idea di una qualcosa di volontario,
lasciato quindi alla discrezione dei suoi attori e non a qualcosa di
pianificato, programmato, fortemente voluto e altrettanto fortemente condiviso.
A modest proposal....
Senza necessariamente giungere a chiamarlo Pai
– come la patatina, Piano di apprendimento d’istituto, o Pat, Piano
di apprendimento trasversale, acronimo che suona come una pacca sulle
spalle, che in tempi di paternalismo autoritario potrebbe anche essere molto di
moda, ma forse una soluzione migliore potrebbe essere la scelta di un acronimo
come Pac, piano di apprendimento comunitario, che suggerisce da un lato
la learning community, e i suoi learning objects, dall’altro la visione
dei pack – isole glaciali sulle quali sembriamo naufragati tutti con la
nostra glaciale comunicazione, la difficoltà a creare relazioni calde, la
mancanza di passione e di cuore che sembra affliggerci, metafora del ghiaccio
che ci circonda, immagine che potrebbe farci riflettere sulla necessità di un
life long learning da sperimentare davvero per primi – per vedere in che cosa
davvero consista-, ritornare anche noi per primi sui banchi di scuola, a
re-imparare insieme a fare meglio di oggi il nostro mestiere di educatori, a
rieducare noi stessi a relazioni più autentiche. Perchè, se si nutre
l’ambizione di potere e sapere educare i giovani alla vita, la prima cosa da
fare è certo quella di rieducare noi stessi.
IL
SISTEMA E LA RELAZIONE (LEGAME) TRA LE PARTI.
A scuola di metodo: apprendere
una visione comune per la gestione di sistemi complessi.
La
scuola come sistema-complesso.
premessa: il sistema e le sue parti
·
in cibernetica un sistema
è un ‘entità – naturale, umana, artificiale, meccanica – che si trova in
uno stato di omeostasi perchè è in grado di autoregolare la funzionalità delle
sue parti, pena il malfunzionamento cronico o che, in definitiva - quando non è
più in grado di assicurare una sufficiente auto-regolazione- , va incontro alla
propria distruzione
·
ciò significa che
tutte le parti che sono tra loro correlate devono funzionare in armonia
poichè sono interdipendenti
·
è sufficiente che
una parte sola non funzioni per portare al malfunzionamento di tutto il sistema
·
si dice pertanto che
il sistema non è in equilibrio, non funziona, non è efficiente, disperde
risorse ed energia, quando propende verso l’autodistruzione, non risponde alle
necessità vitali
·
il sistema può sopravvivere
ma in pessime condizioni generali e alla lunga deve ritrovare un equilibrio
(che può essere anche un ridimensionamento globale della struttura, nonché
delle illusioni, delle velleità e delle ambizioni sbagliate)
·
esempi di sistemi dove ogni parte influenza il tutto sono l’uomo e
l’ambiente, il clima, il corpo umano, l’automobile, gli stati, ma anche una
società, una fabbrica, una tribù, una famiglia, una relazione di coppia
·
l’equilibrio di un
sistema dipende sempre dalle relazioni tra le parti
·
i sistemi umani
sono molto più complessi di quello che sembra perchè il tipo di relazioni influenza
senza che ce ne rendiamo conto i contenuti (quindi il loro valore, la
loro importanza, la loro rilevanza emotiva ) della relazione stessa
(Watzlawick).
La scuola malata: una diagnosi impietosa ma
necessaria.
1. Il Moloch, o dell’ ignoranza e della falsa percezione.
Che percezione abbiamo del sistema di cui
facciamo parte?
E’ sempre utile – come la lingua quotidiana
insegna – utilizzare l’analogia o la metafora per essere più incisivi ed
efficaci. Il Moloch – la mitica divinità cattiva della tradizione che
richiedeva il sacrificio dei figli del suo popolo è un’immagine che secondo me
rende bene il lavorio della macina che tritura senza pietà e in modo del tutto
impersonale alla quale corrisponde un sistema che funziona male, con
fraintendimenti, cecità, incomprensioni, scarsa luminosità e scarsa
intelligenza globale. Presto op tardi anche l’ultimo granello, o quello che si
riteneva al sicuro dalla ruota della macina si ritrova preso nell’ingranaggio.
E’ inevitabile, il Moloch non guarda in faccia nessuno.
Altra cosa è scoprire che il sacrificio dei figli
è frutto della superstizione e dell’ignoranza, della mancanza di memoria e
della cecità, della paura e della perdita di consapevolezza della propria
libertà primitiva.
Si può così comprendere che il Moloch è solo un
idolo della stupidità umana, che la sua statua merita di essere abbattuta e che
nessun sacrificio deve essere più immolato ad una divinità malvagia e disumana,
frutto dell’ignoranza umana.
Io credo che ognuno di noi abbia una percezione
alquanto personale – perchè poco condivisa – del sistema, e allo stesso tempo
eccessivamente positiva esclusivamente per ciò che riguarda il proprio lavoro e
il proprio impegno, e forse troppo critica e negativa per tutto ciò che
riguarda il resto del sistema e quindi il lavoro degli altri.
Questo non può corrispondere alla situazione reale
perchè da un lato la situazione delle positività personali non è reale infatti
sommando le visioni individuali avremmo un 100 % di perfezione, ma così non è a
giudicare dalla insoddisfazione e dalla frustrazione diffuse; dall’altro non è
possibile e reale che una negatività del 70,80, 99 % riguardi sempre il lavoro
degli altri e non il proprio lavoro, le proprie cecità. Eppure questo è ciò che
sembra di vedere quotidianamente nei consigli di classe quando parliamo dei
ragazzi e dei loro comportamenti e risultati, nel collegio quando si è incapaci
di fare un’analisi senza colpevolizzare le persone e proporre una qualche tipo
di soluzione concreta e condivisa ad un qualunque tipo di problema individuato
e peraltro subito messo da parte, come in una eterna ruota che macina sempre
nuovo grano e mai quello vecchio. Ma il compito della macina non è certo quello
di riflettere e migliorare se stessa. E la scuola non è una macina, o lo è?
Tritacarne è una metafora abbastanza moderna, ma un tempo gli antichi usavano
la metafora della macina dove si viene triturati come il grano in farina[12].
Che cosa aspettiamo a liberarci del nostro Moloch?
Che ne siamo tutti travolti?
Dunque bisogna innanzitutto modificare la nostra
percezione dei fatti come influenzata da elementi di cecità, soggettività e
scarsa obiettività.
Per sottrarre la valutazione di un sistema da
approcci impressionistici e poco o niente affatto attendibili occorre munirsi
di un metodo di lavoro che permetta lo scambio delle visioni individuali in
qualcosa di nuovo, unitario, forte, perchè comunicato, discusso, condiviso
apertamente e senza infingimenti, occorre un’etica comunicativa sia come
organizzazione, sia come relazione con gli studenti, i quali sembrano il più
delle volte dipinti e rappresentati come dei piccoli selvaggi, o peggio dei
nemici, di cui si ha paura – forse perchè ci si è dimenticati di come si era
alla loro età - dai quali occorre difendersi, e non persone che hanno bisogno
di considerazione, fiducia, rispetto, accoglienza, inclusione, aiuto nella crescita
in un momento fondante della crescita e alla scoperta di un mondo difficile e
pieno di messaggi illusori.
Occorre comunicare davvero, discutere davvero,
confrontarsi davvero per poter riuscire a
La scuola come comunità di apprendimento
l’analisi per / o dei processi è un metodo di analisi scientifico nato per la
gestione di organizzazioni complesse non educative che ultimamente è stato
anche portato nel mondo dell’educazione – sia a livello internazionale,
sia in Europa sia in Italia - che
permette di avere quella visione strutturata, dall’alto, che sola assicura la
possibilità di imparare da quello che si fa senza avere l’impressione – e
spesso anche la certezza – di dover ricominciare ogni volta da zero (la cosiddetta sindrome della
re-invenzione della ruota)
elemento fondamentale della filosofia dei processi
è la platonica constatazione che i risultati sono dei fatti, dei dati
immodificabili per definizione,
i risultati non si possono migliorare (sono dei
dati)
ciò che invece è certamente e naturalmente
migliorabile è il modo in cui si fanno le cose e attraverso il quale si
ottengono certi risultati, ovvero il processo
sui processi si può intervenire, con un buon
monitoraggio, in qualsiasi momento (i processi sono l’insieme delle attività
che ci permettono di raggiungere certi risultati/obiettivo
anche per le strutture si può fare molto poco a
detta dei responsabili – non ci sono soldi (?!?)
ciò su cui possiamo e dobbiamo lavorare sono dunque i processi; questi vanno
individuati, mappati, esaminati alla luce del sole e strutturati come origine,
svolgimento delle attività, responsabili, collaboratori, obiettivi e esiti
attesi.
Ma questo significa che occorre saper lavorare in
un modo completamente diverso da quello al quale siamo abituati
Siamo pronti?
E se non lo siamo, come possiamo attrezzarci?
Da dove possiamo iniziare?
Necessità di un metodo.
A tutto questo occorre un metodo, l’analisi dei
processi è lo strumento che fornisce un metodo, una percezione corretta ,
ma questo non basta: occorre avere
una visione, una rappresentazione mentale della realtà che non sia cieca di
fronte ai molteplici bisogni e alle necessità di una realtà molto articolata e
complessa.
Una realtà complessa
Non
è pensabile pensare di poter incidere su una realtà complessa al fine di
ottimizzare i risultati ovvero
trasformare e migliorare i processi - di cui i risultati sono solo
l’esito finale-, di poter gestire un sistema così articolato quale quello
scolastico-educativo - senza una condivisione di principi, metodi e strumenti,
senza una visione dall’alto che permetta di stabilire quali sono i bisogni, le
domande in ingresso e gli obiettivi, i processi, le responsabilità individuali,
le funzioni necessarie, gli attori, le fasi, i tempi, il metodo, le aspettative
delle persone che alla scuola guardano con fiducia e speranza.
PERSONE
: Il fattore umano nel sistema:
percezione,
comunicazione, il peso della relazione sul messaggio, l’ascolto, i bisogni, i
valori
Mettersi in una prospettiva di servizio pubblico
Già porsi in una prospettiva di erogazione di un
servizio al pubblico - e tanto più delicato in quanto riguarda le persone e non
gli oggetti, la formazione e l’educazione dei futuri cittadini, della società
del domani-, significa mettersi in un’
ottica di auto-responsabilizzazione, di necessità e urgenza, di fronte alla
quale non possiamo più tirarci indietro con facili alibi.
Per fare questo è anzitutto assolutamente
necessario fare alcune cose, individualmente e come comunità
affrontare e dare un nome alle proprie paure
dare un nome alle proprie frustrazioni
accettare il dubbio e l’insicurezza
essere se stessi
mettersi in discussione,
ascoltare,
dialogare, comunicare autenticamente
modificare la relazione
fare gruppo
mettersi in un’ottica di apprendimento
comunitario, tra pari
autovalutarsi
dobbiamo avere il coraggio di mettere in
discussione le nostre abitudini, le nostre prassi, i nostri modelli di
riferimento, interrompere quella triste abitudine di trascinarci in avanti
senza una riflessione comune, senza una discussione autentica, senza delle
decisioni sofferte ma condivise, è un modo di lavorare che è molto al di sotto
delle nostre possibilità e la scuola, i
nostri giovani, le famiglie ci dicono cercano di farci capire – con certi risultati
- che non ci possiamo più permettere.
Se non siamo capaci di fare questo saremo per
forza di cose quello che un dirigente in un momento di sconforto e di sincerità
definì una “scuola disgregata”.
Per un approccio umanistico
Bisogna mettersi in un’ottica di ascolto reciproco
e di attenzione verso la relazione personale ed umana
Dobbiamo sforzarci di comprendere che la
qualità della nostra relazione (quindi anche la nostra relazione umana con
gli alunni, con i colleghi, con le famiglie, più o meno autentica, più o meno
schizofrenica, più o meno paradossale, ) è la qualità della nostra
comunicazione e la qualità della nostra comunicazione è la qualità della nostra
vita[13]
essa domina, influenza, qualifica la natura dei contenuti (Watzlawick,
assiomi della comunicazione) .
Non c’è contenuto senza relazione:
·
e’ possibile che noi
facciamo bene molte cose
perchè abbiamo
competenze
abilità
conoscenze;
·
è possibile però che
facciamo male alcune cose
perché abbiamo scarse
competenze
abilità
conoscenze;
in un qualche determinato aspetto o dominio del
nostro lavoro.
Per questo è necessario confrontarsi, lavorare in
gruppo, condividere, misurarsi con i propri pari, apprendere insieme, crescere
insieme.
Creare un sistema di controlli incrociati:
E’ necessario - al limite – essere curiosi sino in
fondo, andare a vedere ciò che fanno
tutti gli altri, per discutere meglio consigliare, criticare, migliorare la
qualità generale dell’educazione e
della formazione;
tutto questo è possibile se noi andiamo a rivedere
insieme il percorso che, anno dopo anno, viene messo insieme e che, anno dopo
anno, sembra un unicum irripetibile .
UNA COMUNICAZIONE SCHIZOFRENICA E PARADOSSALE
Un tipico messaggio di una comunicazione malata è il seguente: “ti
picchio, ma lo faccio perchè ti voglio bene”. In realtà la violenza non è
mai amore. Mutatis mutandis il nostro insegnamento manda
spesso messaggi paradossali non molto dissimili:
seguito a darti due e tre , per
tutto l’anno, ma lo faccio per il tuo bene.
non sai studiare, e ti boccio,
lo faccio per il tuo bene.
Siete una classe che fa pena,
ma ve lo dico perchè vi voglio bene.
Siete degli asini, ma lo dico
per amore.
Ne abbiamo bocciato otto su
venti, ma l’abbiamo fatto per il bene dei sopravvissuti e dei caduti.
non hai metodo, ma certo non te lo posso insegnare io.
La nostra forma di comunicazione è schizofrenica e
paradossale,
noi siamo una società che non impara da quella che
fa, o almeno così sembra, perché ogni
anno da un lato ci viene richiesto di rifare esattamente le stesse cose senza
che nessuno venga a vedere che tipo di innovazione, cambiamento e
trasformazione abbiamo operato sulla qualità del nostro lavoro e dei nostri
risultati (didattica significativa?), dall’altro ogni anno cambiamo linguaggio
e parole d’ordine (nuove tecnologie! revisione pof! auto-valutazione! assi!
pentamestre!, scuola delle competenze! rubric! ) come se dovessimo ogni volta
reinventare la ruota.
Si capisce bene che una comunicazione così
primitiva, dialettale e idiosincrasica, priva – giova ripeterlo – di memoria
storica o presenza di spirito -, che chiede sempre lo stesso senza chiamarlo
mai con lo stesso nome, come se fosse quindi qualcosa di totalmente diverso da
quello che abbiamo fatto sino ad oggi, lungi dall’aggregare disgrega quel poco
che c’era di condiviso, genera schizofrenia, disaffezione, incredulità, e col
tempo stanchezza, sfiducia, rifiuto, e perdita di autorevolezza. Nel migliore
dei casi.
Purtroppo questo modo di procedere che sembra
endemico e contagia i dirigenti scolastici più di tutti gli altri, genera anche
confusione sistemica e navigazione a vista.
Men che meno andiamo a chiedere ai nostri utenti –
famiglie studenti – qual’ è il loro
grado di soddisfazione, che può forse essere alto, ma non ne sarei tanto
sicuro; quando lo facciamo non siamo in grado di utilizzare i dati, di
analizzarli, di trarne profitto, di metterci almeno l’obiettivo di migliorare
la percezione del sistema.
Occorre, forse, a questo punto, andare a vedere
quali sono questi benedetti processi senza pensare che questi possano
costituire l’acqua benedetta che opera
il miracolo del miglioramento automatico del sistema.
L’analisi dei processi da sola non basta
certamente a modificare il sistema, ma aiuta a comprenderlo,a vederne la sua
complessità, a capire dove e come si può intervenire; di sicuro continuare ad
illudersi che si possano elevare gli standard di una scuola così complessa come
quella moderna che ha aggiunto alla vecchia struttura sempre nuovi compiti
senza incidere sull’impiego e sulla valorizzazione delle risorse umane e
finanziarie, anzi decurtandole vergognosamente come è stato fatto negli ultimi
anni da tutti i governi, di destra come di sinistra-, senza una governance
condivisa del sistema, significa non voler affrontare la triste realtà.
Parimenti, credere che tutto dipenda sempre dagli
altri e mai da noi, credere che noi non siamo mai artefici del nostro destino,
che non possiamo mai incidere sulla realtà, ma la possiamo solo subire - oltre
ad essere un atteggiamento fatalista e rinunciatario-, non è un comportamento
responsabile o civile, non è maturo, non è saggio.
Credere anche che si possa modificare la realtà,
che si possa operare sui processi senza una visione progettuale, senza un
monitoraggio delle atitività, senza una individuazione e una valutazione dei
processi è pura follia.
Auto-valutare il proprio operato, il proprio
metodo di lavoro (o la mancanza di un metodo).
Analizzare
i processi ha un senso proprio perché, contrariamente a quanto avviene
normalmente, c’è una visione d’insieme della complessità, del sistema e
delle sue parti, c’è finalmente la scelta di un monitoraggio e c’è la scelta di
operare una auto-valutazione della qualità del proprio operato.
normalmente infatti, anno dopo anno,
noi non facciamo:
nessun monitoraggio
nessuna valutazione
Ma SONO PROPRIO QUELLE AZIONI CHE CI SERVIREBBERO
per migliorare la qualità della nostra formazione, dei nostri percorsi
educativi, E SENZA LE QUALI NON E’ POSSIBILE ALCUN MIGLIORAMENTO STABILE.
E’ possibile che tutto rimanga come prima? è
possibile, ma almeno - con
l’autovalutazione e l’analisi dei processi - abbiamo la consapevolezza delle
cose che non vanno e che, per scelta, a
questo punto, decidiamo di lasciare al punto in cui sono.
Superare una volta per tutte un approccio
emergenziale, freddo e burocratico, senza partecipazione, senza alcuna visione
dall’alto
Durante l’estate c’è sempre qualcuno che olia le
pistole in funzione della prima riunione collegiale, spesso il ds, ma spesso
anche i colleghi ci si mettono di buzzo buono;
in entrambi i casi l’effetto è deleterio
la programmazione inizia con decisioni a freddo
(v. trimestre) senza alcuna discussione, senza partecipazione, senza analisi,
senza mediazioni, senza riflessioni, senza una visione strategica condivisa
il collegio dei docenti è così preso alla
sprovvista che prova una timida ribellione ma il più delle volte china la testa
passivamente perché colpevolizzato e indotto ad accettare ciò che a mente
vigile non avrebbe mai accettato.
questo genera un immediato senso di esclusione,
frustrazione, disaffezione, disinteresse, e tutto il processo decisionale
dal quale ci siamo sentiti esclusi diventa una qualcosa di estraneo,
fastidioso, opprimente, falsamente manipolatorio, un qualcosa che NON MI
RIGUARDA, e dal quale cerco il più possibile di stare alla larga perchè non
lo condivido (!). Le conseguenze di questo modo di procedere sono sotto gli
occhi di tutti.
GESTIONE DELLA CONOSCENZA E FATTORE UMANO.
GESTIRE LA COMPLESSITA’, come sistema di
relazioni.
Verificare
cosa? La SCUOLA COME SISTEMA COMPLESSO
di competenze e di relazioni.
Knowledge management.
Si parla sempre più spesso di gestione di sistemi
complessi e del fattore conoscenza come distribuito all’interno del sistema,
non equamente, ma secondo idiosincrasie, individualità ed interessi personali.
Perciò si parla anche di comunità di
apprendimento nel senso di comunità che imparano ad apprendere da quello
che fanno sulla base di una riflessione chiara, ordinata, collettiva, learning
community; dall’altro si parla anche di gestione della conoscenza
diffusa all’interno di un sistema-organismo, per cui non si ritiene più che la
conoscenza stia nella direzione, nei pensatoi, nei think tank, in una
direzione univoca e miracolosa che scende dall’alto verso il basso, la
direzione chiamata top-down, o verticale, o verticistica, o autoritaria
che dir si voglia.
E neanche , allo stesso tempo può valere che la
comunicazione debba avvenire tutta dal basso verso l’alto, bottom-up,
pechè certo mancherebbe la visione d’insieme che è complementare alla visione
bi-direzionale alto-basso, basso-alto. E meglio sarebbe quindi immaginare la
comunicazione come un circuito chiuso non domanda risposta, ma un circuito
auto-adattabile perchè contiene in sè stesso gli input-output, per il proprio aggiustamento sistemico.
E’ necessario dunque anche riflettere su una
gestione delle conoscenze che se non risiedono più in una autorità
desacralizzata e demistificata devono necessariamente trovarsi da qualche altra
parte e l’idea è che il lavoro di squadra, l’equipe, il team-work, il
brainstorming, fruttino più di qualsiasi imposizione e che la conoscenza
dei sistemi non è mai concentrata in alcuni nodi ma presente nelle persone che
con le loro diverse professionalità costituiscono il sistema.
Allo stesso tempo una delega in bianco alle
persone senza una chiara suddivisione dei compiti, degli obiettivi, delle
azioni attese e dei risultati, non ha alcuna possibilità di successo sistemico.
Ecco perchè la gestione delle conoscenze diffuse
nel sistema significa ascolto, coinvolgimento, valorizzazione, kaizen, in una
parole gestione oculata e condivisa delle conoscenze nascoste all’interno delle
risorse umane.
La verifica del piano come abbiamo più volte
ripetuto, non può essere una verifica a tavolino del “documento POF”, questa si
profilerebbe infatti come un’operazione puramente burocratica che non avrebbe
alcuna ricaduta oggettiva sulle azioni del piano, sulla organizzazione
scolastica, sulla programmazione, gestione, erogazione del servizio, sul
monitoraggio, il controllo,la valutazione, la individuazione di azioni di
miglioramento.
E’ impensabile anche solo credere di poter ri-progettare
una verifica delle attività del piano formativo senza interrogarsi sulle
finalità di questa, e senza operare un qualche tipo di ragionamento collettivo
su elementi relativi ai processi, e ai loro contenuti, quali, solo per citarne
alcuni, in ordine sparso, tanto per dare un’idea della complessità del compito[14],
e senza voler essere esaurienti:
·
le ragioni, i
motivi, le criticità, input di un adeguamento
·
significato della
valutazione
·
senso del
monitoraggio
·
individuazione,
controllo, verifica e valutazione dei processi
·
verifica di
coerenza tra obiettivi e azioni richieste
·
protagonisti,
responsabilità
·
bisogni degli
utenti e del territorio
·
mappatura
attività poste in essere
·
aspettative ed
esiti dell’attività di monitoraggio e controllo
In definitiva il punto di partenza per un
cambiamento autentico e significativo non può che essere costituito da una
auto-analisi collettiva della scuola sulle criticità-e le necessità, quindi una
qualche tipo di valutazione dei processi posti in essere, anno dopo anno,
spesso senza alcun tipo di retro-azione o valutazione delle attività e sulla
qualità dei risultati ottenuti.
Verificare
perchè?
Tutto questo va reso esplicito e reso visibile,
partecipato, condiviso, non solo su una scheda di progetto ma con una
discussione collegiale, altrimenti si continua a navigare a vista, giorno
per giorno, per giunta con l’illusione
errata di avere portato a termine un certo tipo di lavoro ma senza avere in
realtà operato in nessun modo alcuna trasformazione sulla realtà dei
processi e, quindi, in definitiva, sui risultati.
La gestione di sistemi complessi.
VERIFICARE COME: IL METODO
Il metodo dell’analisi per
processi.
Caratteristiche
–tipo di un sistema complesso
Una qualsiasi attività ha senso se può essere
inquadrata entro una cornice di processo e se risponde ad alcune elementari
caratteristiche, che noi troppo spesso o diamo per scontate, o ignoriamo,
per eccesso di fiducia nelle nostre competenze, per pigrizia mentale o per
semplice distrazione.
quali sono questi caratteristiche elementari è
presto detto:
·
input (elementi in ingresso)
·
utenti/fornitori
·
dati/informazioni
·
materiali
·
risorse
·
processi di
trasformazione
·
output (elementi in uscita, con valore aggiunto)
L’analogia scuola-produzione: un’ irritante
associazione frutto di una visione mortificante e illiberale della funzione educativa.
Le contrastanti riforme politiche dell’ultimo
ventennio, specie di matrice
neo-liberista operate sulla scuola, anche a causa delle
peculiarità storiche della società italiana, hanno avuto un effetto distruttivo
sulla qualità della istruzione pubblica, sulle sue strutture, sulla cronica
mancanza di finanziamenti, su una classe docente già agli ultimi posti in
Europa quanto a retribuzioni e considerazione sociale.
L’analogia scuola-azienda è stata in realtà una oggettiva
operazione di manipolazione della realtà, inaccettabile sia sotto il profilo
morale e della semplice verità dei fatti; operazione di squallida propaganda
politica non solo perchè l’economia e l’educazione appartengono a due mondi ben
separati – ma anche perchè da un punto di vista simbolico si è data della
scuola l’idea falsa di un luogo di produzione di beni materiali, quando nulla
vi è al mondo di più immateriale e insondabile nella sua oscura invisibilità e
umanità del “prodotto” dell’educazione scolastica, la persona.
Una visione materialista e utilitarista che già un
secolo e mezzo fa Charles Dickens aveva satireggiato nel romanzo “Tempi duri” e
nella scuola di Chokemchild[15].
Viene da pensare immediatamente alla profezia di
Piero Calamandrei sullo stato che comincia a diventare totalitario quando
inizia a tagliare i fondi pubblici alle scuole per darli alle scuole private.
Poteva essere utile in un altro contesto storico,
ma soprattutto se ne è colta la matrice di trappola concettuale prettamente in
negativo e mai in positivo. Tant’è che
infatti l’analogia non riguarda in alcun modo tutti i processi ma
solo le fasi ovvero la catena degli eventi, l’organizzazione, la gestione,
la necessità di un monitoraggio e di una valutazione, e questo sarebbe utile
perchè ci fornisce una struttura concettuale entro la quale concepire,
progettare e intervenire sul sistema complesso.
Ma l’analogia finisce qui, non dobbiamo confondere
processi aziendali con processi educativi.
L’enorme differenza sta infatti in questo. i
processi aziendali per definizione hanno come obiettivo la produzione di
articoli che devono avere tutti la medesima qualità finale, ovvero devono
essere e saranno tutti uguali, sostituibili, omogenei, omologhi, meccanicamente
identici.
Per gli uomini questo sarebbe concepibile solo
nelle società tiranniche e malate di efficientismo totalitario e disumano di
Fahrenheit 451, del “Mondo nuovo” di
Aldous Huxley, o del Grande Fratello orwelliano.
Un falso problema e un falso storico, quasi una leggenda
urbana.
La nascita
della analisi per processi – come metodologia di verifica e controllo dei
risultati – è stata sempre attribuita -a quanto è dato sapere -all’ ambito
economico-aziendale.
Questo fatto viene percepito come un peccato
originale irritante e irrimediabile da parte di chiunque si occupi di cultura e
di educazione.
Ma questo è solo in parte vero: infatti la scuola,
per sua natura è uno dei pochi sistemi che ha nella valutazione uno dei cardini
del suo operare quotidiano. Il problema è che questa valutazione rimane
confinata nella classi e non riesce a farsi valutazione aperta, trasparente,
condivisa, democratica, sistemica.
La nostra valutazione si sottrae ad una verifica
pubblica dei suoi modi, dei suoi criteri e dei suoi fini. In quanto tale è
assolutamente soggettiva.
LA GESTIONE DEI PROCESSI RIPETE A LIVELLO MACRO, e
con alcune specificità operative, ciò
che ogni docente è chiamato a fare nel proprio lavoro
·
analisi dei
bisogni
·
programmazione
·
erogazione
·
valutazione
la programmazione didattica curricolare
esattamente come l’analisi per processi, inizia un ciclo con
·
l’analisi dei
bisogni e del fabbisogno (prerequisiti di progetto e di sistema)
·
prosegue con la
progettazione del percorso (programmazione)
·
successivamente
siamo chiamati alla erogazione di quanto programmato (processo
insegnamento-apprendimento)
·
siamo chiamati nel
nostro lavoro ad avere relazioni di servizio con dirigenti scolastici,
coordinatori, responsabili di settore, colleghi, impiegati, famiglie, genitori,
rappresentanti, esperti esterni, rappresentanti del territorio, soggetti
culturali, una miriade di figure (processi di supporto)
·
durante e alla fine
di un percorso di alcuni mesi siamo chiamati ad esprimere una valutazione degli
apprendimenti e del successo del nostro lavoro e del lavoro degli studenti
(valutazione interna )
·
nel valutare il
successo scolastico dei nostri studenti stiamo allo stesso tempo procedendo ad
una valutazione del nostro operato il cui successo è direttamente proporzionale
al successo del prodotto in uscita la formazione (valutazione delle procedure)
·
ogni valutazione è
dunque una valutazione dell’operato di ogni singolo e del sistema nel suo
complesso
·
il sistema può
essere soddisfatto di se stesso quanto più è riuscito a garantire il successo
delle persone che gli sono state affidate, siano essi studenti, impiegati,
docenti(valutazione della qualità totale)
Quali sono le parole-chiave di una gestione dei
processi?
Perche’ procedere alla gestione dei processi?
processi-risultati-trasformazione
in che cosa consiste la gestione dei processi?
monitoraggio,
feedback, tracciabilità, miglioramento
come si effettua la gestione dei processi?
mappatura,
indici di performance-miglioramento obiettivi , standard, qualità del servizio
a che serve l’auto-valutazione?
verifica – valutazione – feedback – correzione del
ciclo
Perchè un docente con una formazione umanistica,
pedagogica -educativa dovrebbe
occuparsi di cose così inconsuete?
Perchè dovrebbe sporcarsi le mani con pratiche dal vago retrogusto
amministrativo-aziendalistico?
La domanda è più che legittima e anche del tutto
retorica poichè il rifiuto di accostarsi alla analisi dei processi è così
largo, diffuso, profondo, spontaneo e plebiscitario da potersi definire di
“unanime esecrazione e rifiuto”: una sorta di immoral proposal.
Si potrebbe rispondere altrettanto nettamente :
per un solo motivo, perchè non se ne
può fare a meno.
In realtà la risposta è semplice: l’analisi per processi fa ciò che la
didattica più avveduta ed aggiornata porta a termine regolarmente tutti i
giorni dell’anno!
LO RIPETIAMO, perchè sia chiaro:
- analisi dei bisogni e del fabbisogno
- programmazione
- erogazione
- monitoraggio
- verifica e valutazione
- feedback
- correzione del ciclo
una analisi dei processi pedagogica che può fare
tranquillamente a meno di qualsiasi implicazione aziendale o , peggio,
aziendalista.
Domanda: non è che, per caso, le aziende hanno
copiato dalla scuola?
Scherzi a parte, come si capisce, non si può
intervenire sui risultati se non operando sui processi che portano a quei
risultati.
·
se in una classe il
70 per cento degli studenti è insufficiente in una disciplina il primo
responsabile è chiaramente il docente non la classe
·
meglio ancora i
processi messi in atto da collegio, dipartimento, cdc, docente, non sono stati
adeguati a garantire il successo
CONCETTI
E schede tecniche
·
definizione di
processo
·
fasi di un processo
·
i processi nella
scuola
·
il controllo dei
processi
·
il monitoraggio
·
l’ auto-valutazione
d’istituto
·
gli indicatori di
performance
risorse
umane
formazione
e auto-formazione
supporto
alla didattica (che attività reali vi sono oggi? si può pensare ad un
senior
teaching counsellor?
ad
un learning management?
ad
un planning advisor?
si può pensare ad una
riformulazione totale delle funzioni strumentali?
valorizzare
le competenze significa stanarle
valorizzare
significa anche premiare, certificare ciò che si fa, prevedere una adeguata
remunerazione del lavoro se si vuole che sia svolto con impegno, sensibilità,
coerenza, competenza
valorizzare
significa fornire un supporto tecnico alla progettazione.
monitoraggio: problematiche
la
partecipazione (gruppi, commissioni)
il
coordinamento
la
assunzione di responsabilità fuori dalla funzione docente
fund raising attitude
risorse
finanziarie
la valorizzazione non può prescindere da adeguati
investimenti
per nuove figure professionali
per
la progettazione
per
lo studio
per la sperimentazione ( imparare ad apprendere)
la verifica del piano educativo – sempre
preferibile a mio giudizio a piano dell’offerta fromativa - se non vuole
essere una mera azione di facciata, burocratica e anche perfettamente inutile,
implica una capacità di auto-valutare ovvero un capacità di:
·
analizzare la realtà
e proporre soluzioni realistiche
·
raccogliere dati
§
condividere e
analizzare i dati
·
raccogliere
risultati
§
condividere e
analizzare i risultati
·
raccogliere le
criticità
§
condividere e
analizzare le criticità
·
proporre soluzione
§
discutere e
condividere soluzioni
questa capacità implica a sua volta lo sviluppo di
·
conoscenze
·
abilità
·
competenze
ovvero
·
sapere come scuola
comunità di apprendimento,
·
saper fare come
scuola
·
saper essere come
scuola
·
saper apprendere dal
fare, dall’esperienza e dall’errore
tutto questo implica una tuttavia una visione
strategica,
una VISIONE PROGETTUALE DELLA SCUOLA
da luogo burocratico dove per puro accidente ci si
trova gli uni accanto/distanti dagli altri
a luogo di apprendimento collettivo, gruppo di lavoro, comunità che si
auto-regola, – comunità di apprendimento, di sperimentazione, laboratorio della
conoscenza, laboratorio epistemologico.
per fare questo si discutono e si condividono una
teoria dell’istruzione e dell’educazione, le finalità della scuola, le metodologie
all’avanguardia, gli strumenti, le attività, le competenze, i modi e i tempi
della valutazione, la didattica, la gestione della classe, le tecniche di
gestione della classe, ci si mette degli obiettivi comuni condivisi cui tutti
devono poter fare riferimento.
La sperimentazione VSQ del MINISTERO.
Mi piace concludere questa breve disanima della
assoluta necessità di una qualche forma di valutazione condivisa dell’operato
di una scuola con una notizia che
proviene dal Ministero.
Il Miur sta attualmente sperimentando in alcune
città italiane – proseguendo una precedente sperimentazione sulla qualità
scolastica, il progetto VSQ – valutazione scuola – qualità.
Ebbene il progetto parte esattamente da dove la
nostra scuola si è fermata nel 2008, ovvero dal QUESTIONARIO DI PERCEZIONE degli utenti che nel nostro caso era diretto
a tutte le componenti scolastiche – studenti, docenti, personale ATA – non
avevamo coinvolto le famiglie perchè esse venivano interpellate da altro
questionario gestito dal gruppo scuola-famiglia. Ma considerando anche quel
questionario possiamo dire che già nel 2008 questa scuola aveva avviato
correttamente una autovalutazione iniziando proprio da quegli elementi –
percezione della qualità scolastica – attualmente allo studio presso il
Ministero.
Ci si può documentare sugli obiettivi e lo stato
della sperimentazione presso il sito dell’Agenzia nazionale per la scuola
dell’autonomia (ex Indire).
Questo significa solo una cosa: che bisogna fare
le cose, bisogna crederci, ma soprattutto bisogna trarre le conseguenze di
quello che si fa.
Altrimenti abbiamo solo sprecato il nostro tempo e
iniziato delle attività che non abbiamo avuto il coraggio o la coerenza di
portare a termine.
Noi possiamo dire forse di non avere creduto a
sufficienza in quello che stavamo facendo. Nè come gruppo nè come scuola.
Ma forse sarebbe ora di ricominciare là dove ci
siamo fermati:
capitolo prerequisiti e premesse
1.1. condivisione
1.1.1.
finalità e obiettivi
1.1.2.
linguaggi
1.1.3.
metodi
1.1.4.
strumenti
1.1.5.
modelli concettuali
di riferimento
1.1.6.
standard, qualità,
qualità totale
1.1.7.
approccio e stili
1.1.8.
rispetto della
persona
1.1.9.
coerenza
1.1.10.
responsabilità
1.1.11.
autenticità,
significatività, lealtà
1.1.12.
trasparenza
1.1.13.
qualità della
comunicazione (precisa, puntuale, corretta, rispettosa dei ruoli,
1.2. garanzia di
1.2.1.
valorizzazione
1.2.2.
mediazione
1.2.3.
pubblicità
1.2.4.
accesso
1.2.5.
accountability
1.3. etica di servizio (trasparente, rispettosa,
disponibile, aperta, che ascolta, che è capace di valutare e di
auto-valutarsi....)
capitolo il progetto
1.4. revisione PIANO e auto-valutazione d’istituto -
perché
1.5. il tema: adeguare la scuola alle sfide
dell’apprendimento, della persona, della società delle competenze
1.6. visione dall’alto
1.7. cambiamento dal basso
1.8. metodo di lavoro condiviso per una scuola che
apprende e che mette a sistema
1.9. percezione del sistema
1.10. ritardo rispetto alle sfide
1.11. la sfida: incidere davvero nelle pratiche
educative
1.12. innovazione: ampliamento dell’offerta formativa
1.13. innovazione 1 miglioramento dell’offerta extra
1.14. sostegno al successo scolastico
1.15. sostegno all’eccellenza
1.16. solo:metodo visione condivisa (fini, valori,
strumenti, pratiche, valutazione...)
capitolo il contesto e i vincoli
1.17. i problemi
1.18. disagio diffuso (dispersione, conflittualità,
frammentarietà, disomogeneità, frustrazioni, disinteresse, disgregazione....)
1.19. strutture inadeguate e obsolete, isolamento,
difficoltà a comunicare, lavorare in gruppo (cdc), condividere linguaggi, idee,
concetti, condividere obiettivi alti (successo apprendente, tecniche
apprendimento, trasversalità didattica)
1.20. mancanza di tensione, individualismo, spreco di
risorse umane
1.21. demotivazione, disempowerment, senso di inutilità
capitolo obiettivi, le sfide
1.22. dalla scuola dei contenuti alla scuola delle
competenze
1.23. tipologie di obiettivi diversi ma interrelati
(sistemici)
1.23.1.
educativi (scuola incentrata sull’apprendente e non
sull’insegnante, sulle competenze e non sulle conoscenze, sulla realtà e non
sull’astrazione, sulla relazione autentica e non sull’autorità)
1.23.2.
motivazionali (valorizzazione saperi interni, esperienza e
competenze professionali, talenti individuali)
1.23.3.
organizzativi (processi educativi, apprendimento, organizzativi)
1.23.4.
adeguatezza alle
sfide di cittadinanza e di
civiltà (fini, valori, conoscenze,abilità, competenze, personali )
capitolo protagonisti
1.24. dirigente scolastico
1.25. collaboratori
1.26. insegnanti
1.26.1.
docenti con funzioni
speciali
1.27. studenti
1.28. famiglie
1.29. amministrativi
1.30. enti locali
1.31. esperti
1.32. reti di scuole
capitolo l’oggetto della AVI
1.33. i processi educativi
1.33.1.
macroprocesso:
direzione
1.33.2.
macroprocesso:
analisi dei bisogni
1.33.3.
macroprocesso: piano
educativo
1.33.4.
macroprocesso:
processo insegnamento/apprendimento
1.33.5.
macroprocesso:
supporto al processo i/a
1.33.6.
macroprocesso:
monitoraggio e valutazione
1.33.7.
processo servizi di
supporto
capitolo metodologia
1.34. lavoro di gruppo
1.35. monitoraggio
1.36. auto-valutazione
1.37. feedback
1.38. azioni di miglioramento
1.39. revisione funzioni strumentali per il sistema
1.40. analogie, metafore
1.41. concetti
1.41.1.
ciclo vitale
1.41.2.
microcicli
1.41.3.
processi
comunicativi ciclo comunicativo (TOTE)
strumenti
1.41.4.
autovalutazione
d’istituto
1.41.5.
analisi per processi
1.41.6.
mappatura processi
1.41.7.
mappatura attività
1.41.8.
risorse interne
capitolo le risorse umane
1.42. gestione delle risorse umane
1.43. valorizzazione
1.44. ri-organizzazione
1.45. responsabilità diffusa: necessità di nuove figure
1.46. riconoscimento di ruoli e funzioni con valore
aggiunto
1.47. paternità documenti e progetti (firma estensori)
1.48. procedure e standard nella gestione e utilizzo
delle risorse fuori dalla funzione docente
1.49. apprendimento tra pari (peer coaching volontario)
e diffusione risultati
1.50. auto-aggiornamento (disseminazione, team work, on
demand)
1.51. formazione
1.52. Modello: comunità che apprende
capitolo le risorse finanziarie
1.53. ricognizione bisogni
1.54. selezione
1.55. certezza
1.56. trasparenza
1.57. rapporto spesa/beneficio preventivo
1.58. rapporto spesa/beneficio a consuntivo
1.59. reperimento risorse (enti locali)
1.60. investimento certo, continuo, basato sugli
obiettivi
capitolo la valutazione del progetto
1.61. input
1.62. bisogni: sviluppo competenze
1.63. finalità e obiettivi
1.64. metodologia
1.65. auto-analisi
1.66. indicatori di performance
1.67. scheda di soddisfazione per attività
1.68. strumenti
1.69. risorse
1.70. prodotto
1.71. autovalutazione
1.72. rubric per progetto
capitolo i tempi, le fasi
1.73. macrofase 1 aprile 2012
studio,
analisi, lavoro di gruppo, brainstorming
1.74. macrofase 2 maggio giugno 2012
condivisione
collegiale (approvazione, bocciatura, revisione)
incarichi:
nomina responsabile e collaboratori; individuazione figure, ruoli, risorse; compiti e attribuzioni.
1.75. macrofase 3 settembre 2012
“September
moon”: BRAINSTORMING per il 2013: reclami, proposte, suggerimenti, questionari
brevi, post-it, kaizen
(pubblicità, diffusione, raccolta, criticità)
1.76. macrofase 4 settembre 2012
Analisi
dei campi relativi alle proposte di piattaforma 2012_13 per
kaizen, analisi e monitoraggio criticità, discussione, decisione (rinvio in
commissioni, sospensione, approvazione, proposte di ri-organizzazione...)
1.77.
macrofase 5 SETTEMBRE –OTTOBRE 2012
ri-strutturazione
·
Lavoro collettivo di
ri-programmazione (linee guida programmazione collegiale sulla trasversalità
condivisa, sulla metodologia di lavoro collegiale condivisa, sui lavoro di
dipartimenti, consigli di classe, e programmazione individuale – magari
supportata per la coerenza con gli obiettivi PE (piano educativo d’istituto) ,
DIP (dipartimenti) , CDC (consigli di classe) , da senior teacher
disciplinari competenti, da individuare come risorse-esperti in programmazione...)
·
Organizzazione per
processi e ri-programmazione
·
Individuazione nuove
figure professionali (anche sperimentali o temporanee, o pro-tempore, etc.)
·
individuazione
campi, attività, responsabili, risorse, obiettivi, attività e schede di monitoraggio,
valutazione
·
individuazione
attività di monitoraggio e feedback
MONITORAGGIO
E VALUTAZIONE
SCHEDE DI LAVORO IPP
esempio
di
STRUMENTI DI ANALISI PER
PROCESSI
Tutti
gli indicatori di performance presenti nella scheda sono stati analizzati e
validati nel progetto EQUAL 2006/2007.
indicatori di performance
processo: analisi dei bisogni
1.
n incontri
realizzati all’anno per definire bisogni
2.
n medio partecipanti
per incontro
3.
n strumenti
predisposti (questionari, interviste)
4.
n interviste
effettuate anno
5.
tasso di risposta ai
quest bisogni format
6.
tasso di risposta ai
quest degli ex alunni
7.
N. giorni/settimane/mesi di durata del processo di analisi dei
fabbisogni formativi dall’inizio delle attività previste fino
all’individuazione dei fabbisogni
formativi
8.
Numero risorse interne alla scuola coinvolte nell’analisi dei
fabbisogni formativi
9.
Costo medio per allievo processo analisi dei fabbisogni[16]
10.
Numero dei contatti per potenziali attività di stage
processo: progettazione offerta
formativa
Percentuale numero nuovi corsi progettati negli ultimi 5 anni[17]
2.
Percentuale rinnovo dei programmi didattici (insegnamenti e/o moduli
didattici)
3.
Percentuale iscrizione al corso rispetto anno precedente
4.
Numero attività didattiche (curricolari e/o
extracurricolari) co-progettate con le aziende/università/enti
pubblici/privati/altre scuole
5.
Efficacia nella progettazione delle attività didattiche
extracurricolari
6.
Numero modifiche apportate al progetto
7.
Percentuale di corsi stabilizzati e valorizzati
8.
Numero stage progettati sul totale del bacino d’utenza (potenziale)
9.
Numero stage co-progettati con le aziende
10. Numero stage realizzati
con le aziende
11. Accoglienza
studenti stranieri negli ultimi cinque anni
12.
Numero risorse interne coinvolte nella progettazione formativa
13. Costo medio per allievo
nel processo di progettazione formativa
processo: erogazione offerta e
orientamento
1.
Numero iniziative di promozione/pubblicità[18]
incontri con i genitori
visite di promozione nelle/tra
scuole
attività promozionali (es.
fiere, mercatini, mostre)
materiale pubblicitario
2.
Numero medio di iniziative[19]
realizzate con le Scuole medie inferiori
3.
Numero attività di promozione per attirare nuovi partecipanti
4.
Numero organizzazioni esterne coinvolte in attività di promozione
5.
Numero risorse interne coinvolte nella promozione dell’offerta
formativa (docenti, personale ATA)
6.
Percentuale risorse economiche destinate alla promozione
7.
Numero stage realizzati
8.
Percentuale di stage che danno continuità (prolungamento stage, borse
di studio, etc.) e/o diventano contratti di lavoro
9.
Percentuale gruppi docenti/gruppi
misti per la programmazione
10. Numero prove d’ingresso
rispetto agli studenti
11. Numero attività
extracurricolari
12. Percentuali partecipanti
ad attività extra curricolari
13. N. colloqui di
orientamento realizzati con studenti
14. Numero di attività di
orientamento realizzate
15.
Numero di docenti coinvolti nelle attività di orientamento
16.
Numero ore destinate alle attività di orientamento
*Numero degli alunni diplomati nell’Istituto che si ritengono
soddisfatti rispetto alle aspettative iniziali
*Qualità del livello di integrazione degli alunni
diversamente abili
*Numero di stage interrotti
processo: monitoraggio e
valutazione
1.
Numero ammessi con debito formativo
2.
N. non promossi/totale degli scrutinati
3.
Tasso di ripetenza nelle varie classi
4.
Percentuale abbandoni scolastici/o passerella
5.
Numero di studenti che hanno partecipato allo stage
6.
Numero di prove, test di verifica dell’apprendimento positive
7.
Grado di soddisfazione delle attività extracurricolari da parte degli
studenti
8.
Numero Azioni di miglioramento proposte (da docenti e da studenti)[20]
9.
Percentuale azioni di miglioramento che
vengono realizzate
10. Percentuale studenti che
hanno trovato lavoro entro 12 o 24 mesi dalla conclusione del percorso
formativo
11. Tasso di iscrizione
all’università
12. Bacino d’utenza
Efficacia
attività di orientamento informativo (promozione scolastica)
13. Aspettative alunni
Realizzazione
attività curricolari rispetto a quanto programmato (efficacia della
programmazione)
Grado di raggiungimento degli obiettivi programmati
Grado di soddisfazione delle attività
erogate di alunni e famiglie
14. Numero studenti che
utilizzano lo sportello didattico
Bibliografia relativa.
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Watzlawick, Paul, - Janet H. Beavin -
Don D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Roma, Astrolabio,
1981
THE
END
Bozza 13 Marzo 2012
FINALE 25 MARZO 2012
[1] Dov’è la saggezza
che abbiamo perso nella conoscenza?
Dov’è
la conoscenza
che abbiamo perso nell’informazione?
[2] pron. /ki compitensiz/
[3] Edgar Morin, Sept Savoirs pur
l?Education du futur, Unesco Publishing, 1999.
[4]
cfr Albanese et al. I modi dell’imparare, Carocci Editore, Roma, 1999,
pp. 27, 94, etc..
[5]
Paul Watzlawick, Janet H. Beavin Don D. Jackson, Pragmatica della
comunicazione umana, Roma, Astrolabio, 1981.
[6]
Bateson, Verso un ecologia della mente, Adelphi, p.
[7]
Pontecorvo – Pontecorvo, Conoscere a scuola, Il Mulino, Bologna,
[8]
Boscolo Piero, Psicologia dell’apprendimento scolastico, Utet, Torino,
[9]
cfr “Reuven Feuerstein e il programma di Arricchimento Strumentale” in
Paola Plessi, Insegnare a studiare, De Agostini, 1996, pp. 42-46.
[10] Edgar Morin, Sept savoirs pour
l’education du futur, Unesco Publishing, 1999.
[11] cfr Paola
Veronese 2012, conferenza sulla “Didattica Laboratoriale”tenuta al Liceo
Scientifico Spano (Sassari) il 27.02.2012.
[12] De
Santillana,- Hertha von Il Mulino di Amleto, Adelphi,
[13] Come
afferma, questa volta correttamente, un noto venditore americano di PNL
(Programmazione Neuro Linguistica), Antony Robbins. La PNL appare come un
sottoprodotto behaviorista e consumistico delle intuizioni di alcuni
cognitivisti ed epistemologi americani.
[14] Si veda
invece, a questo proposito, l’indice del progetto A.V.I. alle pagine _______.
[15] (“Soffoca-bambini”)
[16] Considerare
la questione del volontariato, in quanto comunque le risorse coinvolte
hanno un costo e va misurato.
[17]
Ci si riferisce a corsi extracurricolari, moduli integrativi dell’offerta e
moduli speciali curricolari.
[18]
Potrebbe essere utile specificare le categorie di attività. Ad esempio
pubblicazioni sui giornali, incontri di orientamento/promozionali, pubblicità
su emittenti radiofoniche.
[19]
Può essere interessante codificare quali iniziative.
Inoltre, se più scuole
partecipano alla stessa iniziativa l’indicatore potrebbe essere: N. scuole
medie coinvolte/n. di iniziative realizzate (per vedere di media quante scuole
coinvolgo per singola iniziativa)
[20]
Da misurare separatamente per docenti e studenti.


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